La mia storia

 

 

La mia storia

Di Gianfranco Longo

Tratto dall’ebook

Come Trasformare i Problemi in Vantaggi e

Trovare un Lavoro Gratificante

 

FOTO 1_crop1Attraverso queste pagine voglio raccontarti alcuni personali aneddoti che fanno parte del mio individuale percorso, quello che ad oggi mi ha portato a scrivere questi ebook, e ancor più, a ideare il progetto InFormazione Benessere, spinto soprattutto dalla necessità di condividere semplici ma significative informazioni con più persone possibili, sempre più vittime di un sistema falso e disinformante.


Ciò che ti offro è un racconto strettamente personale del mio passato, per ognuno di noi lo specchio di quello che siamo oggi, a seconda di come abbiamo voluto interpretare gli eventi e agire. Lo scrivo con la speranza che tu possa trovare in questo racconto un impulso al cambiamento, anziché alla rassegnazione, allo scopo di permetterti di allenare comportamenti che hai l’opportunità di scegliere, quando ti trovi dinnanzi a difficoltà apparentemente invalicabili.


Io provengo da una famiglia dall’istruzione scolastica esigua. Mia madre rimase vedova all’età di 36 anni quando io ne avevo appena 4 ed ero il più “adulto” di tre fratelli.


Inutile dire che crescemmo in grosse ristrettezze economiche, sfruttati e maltrattati da zii (come nelle peggiori fiabe) che ci tolsero dall’insicurezza della Sicilia, la terra del nostro defunto padre dove eravamo nati e fino ad allora cresciuti, per andare a vivere nella loro zona, in una provincia del Piemonte.


Ci aiutarono a sopravvivere, ma “in cambio” fummo i servi della loro vita privata: dovevamo svolgere tutte le commissioni pesanti e le pulizie costantemente, mi sentivo un elettrodomestico.


Qualche anno più tardi divenimmo utili anche per le loro attività lavorative: un negozio di vini e liquori e una falegnameria con restauro di mobili vecchi e antichi – entrambi a conduzione familiare – dove, per quasi ogni sbaglio, finiva a schiaffi e calci con la scusa del “fine educativo”. A 9 anni mi trovai così a lavorare in un negozio e in una falegnameria, entrambi presenti sulla stessa piazza, l’uno di fronte all’altra, andando nel contempo a scuola.


Fui un pessimo studente, sia alle scuole elementari che alle medie. Le mie giornate costituivano un urlo unico: anche durante lo studio e i compiti a casa venivo di continuo richiamato con strilli attraverso le scale (il negozio era al pian terreno e l’appartamento all’ultimo piano di un piccolo condominio).


I miei incarichi: andare dai clienti a consegnare gli ordini (principalmente casse pesantissime di acqua e di vino in bottiglie e bottiglioni di vetro) per mezzo di un carrettino con due ruote che dovevo trainare; rimanere in negozio; aiutare gli adulti nella consegna dei mobili restaurati; andare con loro a svuotare cantine e ritirare mobili vecchi; aiutarli anche nei lavori di restauro raschiando per ore dei vecchi mobili con l’uso di ammoniaca, acqua ragia, solventi vari e altre sostanze tossiche; lavorare con macchinari pericolosi, dai rumori orrendi e deleteri, soprattutto per bambini di quell’età. Tutto questo sul marciapiede fuori dal locale, dove spesso volavano schiaffi, fra la gente che passava.


Nonostante tutto ciò, riuscivo anche a pensare al gioco, e leggevo avidamente i fumetti di Topolino – che mi appassionavano dall’età della prima elementare e che erano però ulteriore motivo di insulti e botte: “Leggere Topolino è inutile, non fa guadagnare soldi! Inoltre ti intontisce, è per questo che non capisci niente!”. Pace e concentrazione non sapevo che cosa fossero: mi veniva solo detto che mi mancava l’intelligenza e che non ero tagliato per lo studio, che dopo le scuole medie era meglio che andassi a lavorare.

E così fu.

Terminate a fatica le scuole medie continuai a lavorare nei due negozi, ma dopo 2 anni e mezzo trovai lavoro in fabbrica. Il mio stipendio mensile però finiva “bruciato” nei debiti delle attività di “famiglia”, attività che fra noi fratelli chiamavamo con un soprannome molto indicativo: “il forno”. Così tutti e tre svolgevamo tre lavori ciascuno e non guadagnavamo una lira.


Stessa cosa per nostra madre, la più sfruttata. Dovevamo elemosinare i soldi per comprare un vestito, per un taglio di capelli, o per andare qualche volta via con gli amici; permesso spesso negato, e che non supplicavamo per paura del rifiuto che avrebbe annullato anche le possibilità future senza possibilità di replica.


Con il tempo la vita ci liberò usando la sua controparte, così a 22 anni mi ritrovai, assieme a mia madre e ai miei fratelli, a percorrere un cammino su cumuli di debiti non originati da noi, e con delle attività che producevano solo altri debiti. Le eliminammo il prima possibile e continuammo a lavorare in fabbrica. Lavoravamo soltanto per poter pagare le spese della sopravvivenza e quelle di altri nuovi debiti realizzati stavolta per svolgere una vita decente, che fino a quel momento non avevamo mai avuto. Continuavo a essere quello che non aveva nemmeno i soldi per uscire con gli amici. In quel periodo, le mie uniche gioie derivavano dallo sport.


Cominciai a cercare delle alternative di guadagno. Arrivò il primo Multi Level Marketing che con un grosso impegno mi portava in mano pochissimi spiccioli. In compenso riuscivo a dilapidare lo stipendio della fabbrica per l’acquisto di costosissimi prodotti allo scopo di ottenere il “fatturato personale”, spendendo inoltre varie centinaia di migliaia di lire in “serate informative”, benzina e telefonate alle tariffe faraoniche di Telecom Italia degli anni Novanta. Così mi ritrovai a stare economicamente peggio di prima, e nei periodi di impegno più intenso a lasciare anche lo sport, dopo mesi di faticosi allenamenti per recuperare ogni volta la forma persa. Proseguii per 2 anni, finché abbandonai il Multi Level Marketing quando le mie finanze, nonostante continuassi a lavorare come dipendente, si stancarono di alimentarlo.


Ma ecco che nel giro di meno di un anno nacque il Network Marketing – un modo più innovativo e professionale per dire la stessa cosa. Ci volli provare ancora, credevo in quel sistema. In fondo, con l’altra azienda, avevo fallito solo a causa della mia personale inefficienza: stavolta sarebbe stato diverso. Questo metodo prometteva guadagni più elevati e veloci del precedente: infatti i risultati furono evidenti grazie ai “manager” delle prime organizzazioni che guadagnarono cifre spettacolari.


Anche se personalmente io non guadagnavo nulla – e spendevo un sacco di soldi – le premesse erano ottime: in un solo mese il mio gruppo contava già una quindicina di persone, così decisi di lasciare il mio posto in fabbrica per dedicarmi a questo lavoro senza ulteriori perdite di tempo. Non era soltanto il sogno di conseguire guadagni grandiosi, ma si trattava soprattutto di ottenere una libertà personale che non avevo mai vissuto. Ora avrei potuto aiutare la mia famiglia e allo stesso tempo permettere a tante altre persone di realizzarsi.


Di libertà ne ottenni tanta, però, quando la liquidazione del lavoro in fabbrica finì, cominciarono i guai.


Qualche mese dopo intrapresi la strada del venditore, con i 3 anni successivi che mi portarono alla fine del 1999, periodo in cui cominciai a collaborare con un “reseller” di telefonia, nei primi anni della liberalizzazione telefonica che fino ad allora aveva visto il colosso Telecom Italia come unico gestore. A esso si contrappose il nuovo entrato Infostrada, e da lì in poi piccole e grosse nuove società telefoniche. Molti si buttarono a capofitto sul nuovo business, mentre chi non poteva realizzare una società telefonica pensò di offrire le migliori tariffe telefoniche dei vari gestori con un unico listino. Un reseller era questo.


In quel periodo mi trovavo all’ennesimo tentativo di combinare qualcosa di buono in ambito lavorativo e colmare le falle create negli anni precedenti da esperienze commerciali inefficaci – una delle quali disastrosa, paradossalmente l’unica che mi permise di guadagnare decine di milioni di lire in pochi mesi, poi sfumati a causa di spese e investimenti in ruoli sbagliati, con l’azienda sbagliata e la mentalità sbagliata.


A quei tempi sembrò il crollo di un sogno e la disgrazia più bieca, ma a distanza di quasi 20 anni posso affermare che fu la mia fortuna. Contrariamente, sarei diventato uno dei tanti venditori-manager senza scrupoli che vedono nelle persone soltanto opportunità di business; “materiale umano” (così chiamavo i nominativi che sapevo ben procurarmi) su cui lavorare.


La collaborazione con il reseller telefonico cominciava a portare diverse soddisfazione, venivo inviato su appuntamento da clienti di “qualità” che con il gestore Telecom Italia spendevano fino a 120 milioni di lire all’anno, permettendomi tutti insieme di formare un “parco clienti” personale di almeno 30 milioni al mese di traffico telefonico, che il 5% di provvigione destinatomi avrebbe permesso di ottenere un guadagno di 1 milione e mezzo di lire al mese, incrementabile con l’inserimento costante di nuovi clienti.


Era il bello di questo lavoro. Peccato la colossale disorganizzazione dell’azienda con la quale collaboravo, dato che i contratti di molti clienti, non si capiva il perché, non venivano attivati. Tutti i buoni risultati faticosamente procurati all’agenzia si perdevano fra gli scaffali dell’ufficio, le spiegazioni dei responsabili non erano mai chiare ed esaurienti, i clienti lamentavano la nostra assenza.


A un certo punto, dall’ufficio smisero di chiamarmi per fornirmi gli appuntamenti, facendosi “candidamente” risentire diversi mesi dopo per comunicarmi un incontro con un cliente. Ovviamente non mi consideravo più in forza all’organico, così fissai io un incontro con loro per ritirare l’assegno delle mie provvigioni.

Ben” 250 mila lire!

Ma dove erano finiti tutti i miei clienti? A gran parte di essi, come detto, il servizio telefonico non fu mai attivato: mesi di lavoro distrutti. In analoghe situazioni si sarebbe potuto pensare alla truffa, invece qui si trattava solo di enorme disorganizzazione e idiozia, per quanto inspiegabile e incredibile. Centinaia di clienti buttati nel cestino dell’ufficio da chi lì dentro percepiva uno stipendio, alla faccia dei titolari che su questo progetto investivano decine di milioni di lire, e alla faccia dei venditori stessi che percorrevano decine di km ogni giorno senza alcuna remunerazione fissa né rimborso.


In quel periodo non possedevo un’automobile, per questo motivo usavo in prestito quella di uno dei miei fratelli. Vivevamo in un paesino scarsissimo di mezzi pubblici dove l’auto era quasi indispensabile, soprattutto per chi svolgeva un lavoro commerciale.


Ormai da anni mi ritrovavo dentro a un vortice negativo che alimentava se stesso: senza soldi per pagare le spese non potevo lavorare, ma senza un lavoro non guadagnavo i soldi... per le spese per lavorare! Tanto meno per acquistare un’auto mia.


Decisi che da quella situazione sarei dovuto uscire in maniera definitiva.


Ma come? Andando a vivere in un luogo dove l’auto non sarebbe stata necessaria e i mezzi pubblici avrebbero reso fattibile, a basso costo, quasi ogni spostamento. Per fare questo avrei dovuto ovviamente disporre di denaro, sia per affrontare un viaggio che, soprattutto, per potermi permettere di sopravvivere in un’altra città, anche in appartamento condiviso con più persone.


Avevo bisogno di soldi. Ai tempi del lavoro in fabbrica ricordavo che chi voleva arrotondare lo stipendio andava a lavorare, nei fine settimana, in locali serali e notturni quali discoteche, ristoranti e pub. Io non avevo mai svolto lavori del genere, quindi cominciai a pensare che alla soglia dei 30 anni sarebbe stato difficile che qualcuno mi potesse assumere per mansioni simili, quando la maggior parte del personale disponibile in queste categorie di locali aveva 18, 20 anni, o poco più.


Ma volli credere di potercela fare, così cominciai a telefonare a tutti i ristoranti della zona. Trascrissi una lista di contatti presi dalle pagine gialle, e studiai una bozza di telefonata che avrei utilizzato per fissare i colloqui. Le prime risposte non furono molto confortanti: “Ormai si lavora poco”; “Siamo già a posto”; “Prendiamo solo personale con esperienza”; “Assumiamo soltanto ragazzi diplomati all’istituto alberghiero”. Da venditore ero abituato ai rifiuti e insistetti con lo stesso entusiasmo, finché nel giro di qualche giorno mi sentii rispondere “Passa da qui che ne parliamo”. Fui preso per lavorare nei fine settimana.


Poco tempo dopo trovai lavoro anche come cameriere di sala presso una discoteca, lavorando per un paio di notti alla settimana durante la stagione pre-estiva. Alcuni mesi più tardi possedevo così parte della cifra necessaria per potermi trasferire a Torino, la città che avevo scelto, in quanto a 100 km da casa, ma con le strutture necessarie per concretizzare una sopravvivenza lavorativa senza dover ricorrere a particolari mezzi di trasporto personali. Ovviamente non era la mera sopravvivenza che cercavo, ma un percorso che mi potesse condurre a ben altri obiettivi.


Attraverso gli annunci economici trovai uno studente della mia età che cercava un coinquilino. In quel momento disponevo dei soldi per la cauzione, ma non di quelli necessari a coprire il mese d’affitto.


Lui acconsentì a farmi entrare per riscuotere successivamente la quota, così ebbi l’opportunità di trasferirmi subito, potendo contare sulle sufficienti risorse economiche per mangiare e su un tetto sopra la testa, che mi avrebbero permesso di occupare le mie giornate alla ricerca di un lavoro in città. Era un caldo luglio del 2000.


Entrai in ogni ristorante che incrociavo per offrire il mio lavoro, stavolta avrei potuto garantire quel minimo di esperienza maturata nei precedenti locali.


In 15 giorni trovai occupazione dentro a un ristorantino a conduzione familiare; lavorai da subito per 14 ore al giorno e per 7 giorni su 7. Dopo 2 settimane a questo ritmo estenuante, realizzai che il mio stipendio mensile sarebbe ammontato a 600 mila lire al mese (1.400 lire all’ora) e che fino a quel momento ne avevo guadagnate meno di 300 mila, non sufficienti nemmeno per riuscire a pagare l’affitto arretrato e quello corrente, che il mio coinquilino giustamente aveva cominciato dopo un mese a reclamare; il mattino dopo (mi alzavo alle 10:00 dopo essere andato a dormire alle 3-4 del mattino) decisi che quel locale sarebbe rimasto da subito senza il suo unico cameriere, e fissai l’appuntamento per ritirare il saldo.


Non lo feci certo per dispetto, ma soltanto perché quelle giornate lavorative erano per me di una estenuante fatica, e sapere di dover continuare ad affrontarle solo per andare in perdita mi tolse ogni forza residua.


Però grazie a questa esperienza, nello stesso giorno e alcune ore prima di licenziarmi, trovai lavoro presso il ristorante di fronte a quello del mio astuto ex titolare. I proprietari mi conoscevano già, e quindi fu facile come bere un bicchiere d’acqua. Ora avrei potuto lavorare dentro a un posto decente con orari e stipendio “normali”. Così pensavo.


Al secondo giorno di lavoro mi comunicarono che avrei guadagnato la stessa cifra offertami dai loro dirimpettai, pur svolgendo un solo turno giornaliero; aggiunsero però che non avevano intenzione di trattenermi perché a loro non piaceva il mio modo di lavorare. “Casualmente”, tale giudizio emerse dopo le mie osservazioni sullo stipendio, di circa 3.000 lire all’ora.


Non mi arresi, e dopo pochi altri giorni trovai finalmente un locale serio con uno staff numeroso e organizzatissimo, completamente diverso dai miei precedenti posti mono-cameriere tuttofare-onnipresente e sotto-sotto-pagato. La settimana si svolgeva con 6 giorni di lavoro dalle ore 18 alle 24 circa: prima si cenava con lo staff, poi si preparava la sala per i clienti, martedì giorno di riposo e lo stipendio era di 50 mila lire a serata, per un totale di 1 milione e 300 mila lire al mese, con pagamento settimanale.


Io fui contento, il mio coinquilino anche, e con i nuovi colleghi di lavoro si instaurò da subito un certo feeling. Mi iscrissi addirittura in palestra.


Raggiunta in breve tempo la tranquillità economica, mi dedicai alla ricerca di un lavoro come venditore, valutando le opportunità presenti in città. Trovai un’agenzia di rappresentanza nella telefonia che assicurava ottimi guadagni, e ridussi il lavoro al ristorante solo nei fine settimana più il giovedì. Ora guadagnavo circa 3 milioni al mese con la telefonia e 600 mila con il ristorante, con il quale avevo pattuito di restare in forza finché non avessero trovato un sostituto.


Ma il sogno durò solo pochi altri mesi. I contratti telefonici che fino ad allora ero riuscito a stipulare erano soddisfacenti, finché non scoprii che quelli di molti clienti non venivano attivati (una persecuzione!) e c’erano per questo diverse lamentele. L’agenzia non riusciva ad attivare il servizio a tutti e probabilmente poco gliene importava, dato che il gestore telefonico pagava loro puntualmente le provvigioni senza lamentarsi. Lavorare sapendo di non fornire il servizio che pensavo di vendere cambiava le cose; anche le tariffe non erano proprio quella gran convenienza che io e i colleghi andavamo in giro a reclamizzare. Così arrivò la rottura, e dopo aver permesso al mio coinquilino di trovare un sostituto, ritornai a casa dalla mia famiglia.


Gli anni seguirono fra alti e bassi, per gran parte del tempo vissi e lavorai sempre a Torino. Cercavo una svolta, non un semplice lavoro che mi garantisse la sopravvivenza. Riuscivo a trovarne uno stabile ma poi provavo a fare di meglio e andava male, così alla fine il lavoro che feci con più costanza fu il volantinaggio, per ben 2 anni consecutivi. Dovetti rinunciare allo studio (ero lì anche per questo motivo) e allo sport, ma perlomeno riuscivo ad andare avanti, seppur a stento.


Cambiai città, provai prima Firenze e poi Roma. Il capoluogo toscano vide la mia presenza sporadica per 2 anni. Non fu una meta scelta a caso, in quanto Firenze era ormai l’unica città italiana ad offrire un corso di “economo dietista”, il diploma dei miei sogni su cui decisi di dirottare da quello di “scienze sociali” frequentato a Torino.


Avevo individuato un campeggio dove era possibile pagare la retta giornaliera alla fine del soggiorno, e la massima permanenza possibile era di 14 giorni. In entrambi gli anni arrivai lì nel periodo estivo, disoccupato e con pochi spiccioli in tasca, riuscendo in meno di due settimane a trovare lavoro, pagare in tempo il campeggio, e stabilirmi in qualche appartamento condiviso con altre persone. Da questo punto di vista Firenze era (e probabilmente lo è tuttora) una città tremenda. Mutui e affitti alle stelle; le famiglie medie per riuscire a sopravvivere erano obbligate ad affittare camere dei loro appartamenti ad estranei, e far crescere i loro figli in tali situazioni.


Nel primo anno trovai lavoro come distributore di volantini presso una buona agenzia. Fui felicissimo, guadagnavo meno di 600 euro al mese ma riuscivo a farli bastare, e al corso fui fra i migliori allievi. Purtroppo dopo pochi mesi l’agenzia vendette tutto, il lavoro svanì e il diploma fu rimandato. Al secondo tentativo, l’anno dopo, riuscii a farmi assumere come cameriere in un campeggio che lavorava solo in estate, ma successivamente a tal periodo non trovai altra occupazione e tornai nuovamente a casa, dopo aver frequentato un solo mese di corso.


Ci provai da capo. Nei mesi seguenti trovai degli appoggi a Roma e qualche decina di euro per il viaggio in treno. Dopo oltre un anno di volontariato “alla pari”, nella capitale il mio primo lavoro fu quello del commesso in un negozio di alimenti biologici.


Dieci anni dopo la mia prima tardiva esperienza come cameriere, era arrivata a 39 anni un’altra assunzione inedita, grazie allo stesso “metodo” di ricerca.


Negli ultimi 9 anni mi ero appassionato di alimentazione etica e naturale, imparando un sacco di nozioni, e aiutando sui forum presenti in rete chi ne sapeva di meno e aveva bisogno di una mano. Così mi proposi ai negozi come appassionato di alimenti biologici con esperienza nel contatto con il pubblico e, da ex atleta corridore agonista, assicuravo di potermi dimostrare un lavoratore instancabile.


Stilai la solita lista di contatti attingendo dall’elenco dei negozi biologici di Roma, preparai un buon curriculum (senza concretamente sapere come si compilasse) che in realtà di esperienza reale nell’ambito non aveva nulla e, inviando a tutti i punti vendita una email con allegato il curriculum, feci seguire una telefonata agli stessi negozi 1-2 giorni dopo. Riuscii a trovare un punto vendita che avrebbe dovuto licenziare una delle commesse entro la settimana successiva, così mi presero. Un mese di prova subito e un contratto di altri quattro mesi dopo l’assunzione.


Comunque fosse andata, avrei potuto vantare cinque mesi di esperienza, alla peggio mi sarei potuto candidare in altri negozi biologici, stavolta presentando una storia lavorativa tangibile.


Nel frattempo avevo mantenuto ottimi rapporti con un responsabile di una catena di negozi biologici, che dopo un positivo colloquio di alcuni mesi prima, non aveva potuto farmi assumere per la mancata attivazione di un loro progetto.


In quel periodo ero ospite presso amici in un rifugio di animali (ValleVegan, a cui va il ringraziamento per quella mia ennesima opportunità), situato in una zona boschiva di un paesino laziale ben lontano da Roma, così per riuscire ad andare a lavorare mi alzavo alle 3 del mattino, e mi lavavo con l’acqua gelida (eravamo ai primi di marzo) dato che lo scaldabagno proprio in quel periodo decise di abbandonarci, e, dopo un percorso vario ed estenuante di 3 ore, arrivavo sul posto di lavoro alle 7:45 per cominciare il mio turno alle 8:00.


Il ritorno era meno traumatico, ma dopo l’arrivo e la cena andavo a dormire alle 21, per alzarmi nuovamente alle 3 del mattino. Fortunatamente c’erano anche i turni di lavoro pomeridiani, che ovviamente mi facevano ritornare all’ovile quando gli animali del rifugio dormivano già da un pezzo.


Lavoravo per 6 giorni alla settimana e mantenni questi ritmi per oltre 3 settimane (che mi sembrarono mesi), poi i titolari del negozio decisero di offrirmi un anticipo del primo stipendio che mi permise di affittare subito una stanza a Roma. Alla cifra che ero disposto a spendere trovai un alloggio condiviso da tre ragazzi, in un quartiere periferico che mi permetteva di arrivare sul lavoro in circa un’ora, pur con diversi cambi. Adesso mi alzavo alle 5 del mattino e mi sembrava un sogno... mi sentivo ricco!


Passarono sette mesi, vivevo con tre simpatici coinquilini, ma gli affitti economici non sempre si dimostrano i migliori affari (pur non avvicinandosi minimamente a certe situazioni degradanti personalmente vissute a Firenze), così pensai di traslocare per prendere in affitto una casa assieme a un’amica, in una tranquilla località fuori Roma. Credevo di aver migliorato la mia situazione, invece sarebbe accaduto l’inaspettato.


La prima mattina di lavoro, successiva al giorno dal trasferimento, uscii da casa alle 5:15 per attendere la navetta con largo anticipo, sperando così di risolvere un problema relativo alla conoscenza degli orari (che in quella zona rappresentavano un vero mistero), e cercare di salire su un treno che sarebbe arrivato in stazione solo alle 7:04. Nulla. Attesi mezzora e alla fine decisi di affrontare il tratto a piedi: 7 km in una pericolosa e stretta statale senza marciapiede. E arrivai a lavoro in ritardo.


Al ritorno stesse incognite. Scesi dal treno, girai il paese alla ricerca di informazioni; incredibilmente, anche chi vendeva i biglietti dei mezzi pubblici non aveva indicazioni valide. Mi sentivo un disgraziato: mi trovato nuovamente a 7 km da casa, senza riuscire a rientrarci, ben sapendo dell’esistenza di un minibus che avrebbe dovuto garantire un servizio decente.


Zaino in spalla e trolley con dentro la spesa, tenevo con la mano libera un ombrello con il quale provavo con scarsi risultati a difendermi dalla pioggia. Ero letteralmente in mezzo alla strada.


Camminavo velocemente per raggiungere altri locali che speravo mi potessero aiutare attraverso qualche informazione, ma la disperazione aumentava e mi chiedevo perché mai dovessi sempre ritrovarmi in situazioni così incredibili. Provai ad attraversare la strada principale per entrare in un bar di fronte a chiedere la mia informazione.

Poi il vuoto.

 

Sogno?

Probabilmente avevo fatto uno strano e brutto sogno, e man mano che mi avvicinavo al risveglio, questo si diradava sempre più dalla mia mente, sbiadendo gradualmente i ricordi ma non un’orribile sensazione.


Solo un sogno? Aprii gli occhi mentre una persona stava effettuando un massaggio cardiaco... sopra di me!


Non capivo che cosa fosse successo. Mi trovavo su un ambulanza e non sapevo come ci ero finito. Ero confuso, dolorante e frastornato, non riuscivo a parlare a causa di tumefazioni alla lingua e in ogni caso non ne avrei probabilmente avuto la forza. L’operatrice dell’ambulanza mi disse che ero stato investito da un’auto che dopo non si era fermata.


Non sapevo nemmeno quanto tempo trascorse dall’impatto; in quel momento mi sentii finito, percepii che la mia vita aveva appena subito un cambiamento improvviso e forzato, non osavo pensare a cosa ciò mi avrebbe condotto. Non sentivo le gambe e non riuscivo a muovermi, mi chiedevo se mai sarei tornato a camminare, e soprattutto se sarei potuto tornato a vivere come prima.


L’ultima cosa che ricordavo era la mia disperazione nel non riuscire a trovare informazioni sui trasporti pubblici locali; ora invece mi sentivo un idiota per essermi potuto ridurre in questo stato a causa di una stupidaggine del genere, e soprattutto di esserci finito soltanto per aver voluto migliorare una situazione abitativa. Vivevo nella nuova casa da meno di 24 ore, e ora mi trovavo sopra una barella con le gambe paralizzate per un incidente che non ricordavo di aver subito.


Ricordavo solo di aver camminato in strada con il mio zaino e un trolley, e di colpo eccomi immobilizzato dentro a un’ambulanza. Passai i primi due giorni di ospedale con entrambe le gambe impedite, al terzo giorno cominciai pian piano a camminare e al nono fui dimesso. Me la cavai con una contusione al ginocchio e un trauma cranico, mi ruppi soltanto una parte di un incisivo (un piccolo dente anteriore) e nient’altro, nonostante arrivai in ospedale con la faccia completamente viola dalle tumefazioni.


Fortunatamente,
i miei pomeriggi da paziente furono allietati dalla compagnia di Daniela, Antonio e Antonella, tre amici speciali che nonostante le difficoltà della distanza e gli impegni lavorativi, non mancavano mai di venirmi ogni giorno a fare compagnia, e portarmi del cibo decente.


Un’altra cara amica, Cristina, avendo saputo dell’incidente ed essendo impossibilitata a spostarsi negli orari delle visite, mi inviò una cospicua ricarica telefonica per permettermi di poter chiamare in caso di urgenze, o per qualunque altro motivo.


Gli amici, quelli autentici, si vedono nel momento del bisogno.


A un certo punto, le dimissioni ospedaliere arrivarono inaspettate, io non volli mettere in difficoltà i miei amici che per venire a prendermi avrebbero dovuto fare i “salti mortali”, così presi lo zaino con le mie cose e andai via, senza nemmeno la sicurezza di farcela ad arrivare almeno all’uscita.


Avendo nove giorni prima raggiunto la struttura ospedaliera all’interno di un’ambulanza, ora non sapevo praticamente in quale zona mi trovassi, ma informandomi rintracciai nelle vicinanze una fermata di bus che portava verso la direzione di casa mia. Ritornato nel luogo dell’incidente, che cosa feci? Finii il lavoro: attraversai quella strada “maledetta” ed entrai in quel bar per chiedere informazioni sul trasporto pubblico locale. Nulla neanche stavolta. Per giunta fui guardato male e liquidato velocemente, probabilmente per la mia faccia segnata e poco bella da vedere.


Prova a indovinare come tornai a casa.


Se all’uscita dall’ospedale non sapevo se sarei riuscito ad arrivare almeno fuori da lì, adesso, zaino in spalla, stavo percorrendo a piedi i 7 km. Pian piano, con una gamba che sembrava di legno, metro dopo metro, ogni tanto riparandomi dentro alla scarpata a bordo strada per non essere nuovamente travolto; in un’ora e mezza arrivai a destinazione.


Nei giorni che seguirono, le preoccupazioni furono soprattutto di carattere economico. L’azienda per cui lavoravo mi aveva ovviamente dovuto sostituire e, visto che in quel periodo non avevo un contratto, non mi garantiva nulla; su di me però pendeva un affitto da pagare, e non mi potevo nemmeno permettere di annullare il contratto di casa, né di cercare un’altra abitazione.


Inoltre il trauma cranico si faceva sentire e passavo gran parte delle mie giornate a letto, dolorante. Il tempo trascorreva, il giorno del pagamento dell’affitto si avvicinava e io non avevo una soluzione. Oltretutto eravamo a novembre e le bollette del riscaldamento sarebbero state elevatissime, nonostante a casa ricercassimo la massima economia, subendo freddo e umidità che per i postumi del mio incidente erano terribili.


La mia coinquilina provò a darmi una mano. Praticava yoga e mi disse che un po’ di esercizio meditativo di quel tipo mi avrebbe fatto molto bene, e aiutato a pensare; io fui perplesso ma la volli ascoltare ugualmente.


Ebbe ragione: dopo soli 2-3 giorni, svolgendo soltanto 20 minuti per seduta di quegli strani movimenti, visualizzando ancor più strane immagini, sentii che qualcosa in me stava cambiando. Cominciai a ritrovare fiducia ed ebbi una buona idea: decisi di chiamare la persona responsabile della catena di negozi biologici che all’inizio dell’anno mi svolse un colloquio di lavoro. La mia amica mi spinse a contattarlo, suggerendomi parola per parola di ciò che avrei dovuto dirgli. Lo feci, e grazie a quella telefonata durata pochi minuti, il risultato fu strepitoso: dopo solo mezz’ora mi chiamò il titolare di un negozio biologico di Roma dicendomi che cercava un dipendente.


Fissammo un colloquio per il giorno successivo nel quale mi assunse. Fu veramente incredibile: in un attimo, grazie a una sola, brevissima idea, passai dalla disperazione del disoccupato indebitato, alla sicurezza di un lavoro reale. Questo vuol dire che spesso le risorse sono lì a portata di mano, siamo noi a mancare della giusta lucidità per coglierle.


A 38 giorni dall’incidente non mi sentivo ancora pronto ad affrontare un impegno lavorativo, ma era un’opportunità che senza alcun dubbio non potevo rimandare; quindi strinsi i denti senza lamentarmi.


Non mi potevo più permettere l’acquisto di un preventivato motorino, e al mattino affrontavo a piedi i 7 km, per giunta con scarpe inadatte e deteriorate. La navetta passava di là solo alle 7:25, ma il mio treno transitava dalla stazione nei 20 minuti precedenti, e io dovevo arrivare prima di lui.


Altro problema: i pochi quattrini del saldo ricevuto per il precedente lavoro (senza liquidazione, dato che dopo la scadenza del primo contratto avevo lavorato da irregolare), uniti a un anticipo avuto subito dal nuovo datore di lavoro (fidatosi di me che non avevo ancora maturato la cifra anticipatami), bastarono per coprire la quota del sospirato affitto, ma non erano sufficienti per acquistare l’abbonamento che mi avrebbe permesso di utilizzare il treno. Così ogni giorno salivo sul vagone senza biglietto, e quando passava il controllore mi faceva scendere alla fermata successiva; ero costretto ad attendere la corsa seguente e risalire nuovamente senza biglietto.


Fu una vera battaglia che andò avanti per due mesi, dato che l’affitto era da pagare e le bollette del riscaldamento, che arrivavano a 600-700 €, non perdonavano.


Multe me ne diedero ben poche, dato che qualche controllore mi riconosceva ormai a vista e mi faceva scendere direttamente. Una volta anche accusandomi di “fare queste cose alla mia età”.


I mesi passavano e io non ne potevo più, tutto l’inverno in queste condizioni. Non era bello aprire la tapparella della mia camera alle 5 del mattino e vedere il finimondo scendere giù sotto forma di tempesta, che avrei dovuto affrontare a piedi per tutti i 7 km di strada, pienamente esposto al diluvio, e con rischi ancora maggiori dati dal maltempo. Ero incastrato in questa condizione, non potevo smettere di lavorare e nemmeno trasferirmi in quanto vincolato da due mesi di preavviso dalla disdetta del contratto di affitto; contrariamente avrei perso i soldi della cauzione, che non avrei potuto utilizzare per un nuovo contratto.


Sentivo che avrei voluto vivere qualsiasi altra situazione, ma non quella. Almeno una volta al giorno dovevo attraversare a piedi i 7 km della statale, mentre nel viaggio di ritorno (o di andata, a seconda dei turni lavorativi) potevo contare sulla navetta, che però la sera alle 21:30, quando arrivavo in stazione dopo aver lavorato nel turno pomeridiano, non c’era più e quindi arrivavo a casa a piedi alle 22:30. Quella stramaledetta navetta, spesso capace di passare dalla fermata in anticipo e di sfrecciarti davanti senza fermarsi, con qualche autista di turno che fingeva di non vederti se ti distraevi un solo attimo! E così capitava spesso che i km giornalieri fatti a piedi arrivassero a 14.


Con il tempo, nell’arco dei sei giorni lavorativi della settimana, di km a piedi ero arrivato a percorrerne “soltanto” 50 circa, dato che alcune persone, che per recarsi a lavoro attraversavano quel tratto di strada, ormai mi offrivano un passaggio a ogni casuale incontro. Naturalmente non mancava l’idiota del luogo, che vedendomi spesso passare da quella strada alle 22 circa, al buio e con il gelo, qualche volta mi urlava “tossico”.


Feci questa vita per quasi sei mesi, dai primi di dicembre 2009 fino alla fine di maggio 2010, poi una cliente del negozio con cui avevo un ottimo rapporto, essendo venuta a conoscenza della situazione, mi offrì ospitalità gratuita in casa sua, in quanto disponeva di una camera libera all’interno di un’ampia villa. L’abitazione si trovava a 20 minuti a piedi dal negozio e fornitissima di mezzi pubblici: fu la fine di un incubo.


Nei precedenti 6 mesi avevo percorso a piedi 1.200 km. Praticamente un tagliando auto. Il mio ginocchio destro, che inizialmente non si piegava nemmeno, aveva da tempo cominciato gradualmente a permettermi di correre (me ne accorsi la prima volta mentre stavo perdendo un treno) sempre meglio, e con la bella stagione, senza più dover indossare due pesanti giubbotti e uno zaino di diversi kg, scoprii che le mie gambe mi concedevano di sfrecciare a una velocità incredibile! Mi sentivo in una forma fisica eccezionale, le difficoltà dei mesi precedenti erano state assurde, ma servirono a regalarmi una guarigione inaspettata.


Come recita un assioma di Darwin-Lamark, la funzione crea l’organo. I nostri organi sono fatti per svolgere specifiche funzioni: “usarli” correttamente per ciò a cui sono adatti guarisce parecchie disfunzioni. Anche il corso della nostra vita sembra adattarsi a tali presupposti. Infatti, se usi con metodoinsistenza i mezzi di cui disponi, prima o poi le “ferite” si rimargineranno e ti accorgerai che ciò che consideri problemi sono spesso risorse da sviluppare.


La carestia economica e le difficoltà sub-umane erano cessate. Al mattino mi alzavo a un’ora decente, potevo tornare a casa per la pausa pranzo e percepivo regolarmente uno stipendio. Per merito di un’amica (Chiara), nel giro di diversi mesi ricevetti anche i soldi dell’assicurazione per l’incidente subìto, che durante il problematico periodo post ospedaliero – quando non avevo la minima idea di dove andare a chiedere un risarcimento, e soprattutto a chi chiederlo – mi consigliò di rivolgermi all’associazione vittime della strada, di cui lei stessa mi procurò i contatti. Il loro ufficio legale si occupò gratuitamente della vicenda, riuscendo a farmi ottenere, dopo 10 lunghi mesi, un buon indennizzo. Fu così che decisi di investire buona parte di quei soldi in formazione.


Dopo gli anni dello sport praticato come atleta agonista, e quelli dedicati alla divulgazione di una dieta sana ed etica, era arrivato il momento di procurarmi degli attestati che potessero darmi una vera svolta lavorativa e cambiare il mio “personal branding”.


Mi iscrissi a quattro corsi: “educatore alimentare”, “personal trainer”, “educatore posturale” e a un corso di “apprendimento e memorizzazione” applicabile allo studio, che volevo usare come strumento per facilitare l’impegnativa fase che mi attendeva.


Da 15 anni avevo sentito parlare di corsi di memorizzazione, ma a causa del costo considerevole non mi ero mai potuto permettere di accedervi. Stavolta riuscii a concedermelo, ma per vari e casuali motivi non lo terminai mai e quindi non applicai agli altri corsi tali tecniche. Cominciai ad esercitarmi con un minimo di applicazione soltanto a partire da 4 anni dopo. In fondo, meglio tardi che mai.


Se tu sei fra quanti non riescono a trovare un lavoro, ma sperano solo negli annunci sui giornali o sull’ufficio di collocamento, immagino che da queste pagine hai percepito la vera differenza fra chi cerca un’occupazione e chi si attiva per trovare opportunità che non servono solo per avere di che vivere, ma diventano delle competenze adatte a contribuire a tutto ciò che ci circonda.


Però devi essere veramente motivato e disposto ad abbattere ogni ostacolo, anche quando la tentazione di mollare sarà fortissima. Io non sono meglio di te e di molti altri, ma non potevo permettermi di rinunciare: sapevo che sarei potuto solo andare avanti; quella era per me l’unica strada perseguibile, e fu la mia risorsa essenziale.


Perché ho voluto raccontare tutta questa vicenda? Per affermare che quando ti procuri una situazione “stabile”, ma diversa da ciò che vuoi veramente, non la devi più mollare altrimenti ti troverai nei guai?


Esattamente il contrario. Devi lottare per riuscire ad affermare le tue potenzialità; e dico “lottare” perché finché non le realizzerai concretamente saranno in pochi a credere in te – forse nessuno – ma in compenso riceverai probabilmente molte critiche e “bastoni fra le ruote”, che prima o poi potrai invece smentire pienamente. Non perdi nulla quando lasci una situazione intermedia, perché mal che vada ne potrai trovare un’altra, ma al contrario ti creerai l’opportunità di guadagnare ciò che non avrai ancora ricevuto, e che invece meriti da tempo.


Conclusioni? Gran parte delle circostanze sono da interpretare come opportunità, anche in particolari momenti quando sembra tutto precipitare verso il degrado e la sfortuna.


Grazie a questo percorso eccomi 5 anni dopo a realizzare il progetto InFormazione Benessere, che per me non è "solo un lavoro", ma si tratta di uno strumento con cui proverò a fare la mia parte per lasciare un’impronta positiva in questa società, anche microscopica. Una società nella quale sei presente anche tu, con il quale voglio avere l’onore di condividere quanto sarò in grado di realizzare.


Mi farebbe piacere avere una tua opinione, se ti va puoi aggiungere un commento.

Gianfranco    

                                                                                         

Commenti

    Roberta

    (28 gennaio 2017 - 13:40)

    Che eri un grande,già lo avevo intuito ma che tu avessi passato una vita così travagliata,proprio non me lo sarei mai aspettato !!Comunque,il tuo contributo in questa società, rimarrà nel tempo e finché ci saranno persone così preparate e disponibili come te,forse avremo la speranza di un mondo migliore!!Grazie per aver condiviso con noi la tua storia;sarà sicuramente d’aiuto per riflettere sull’importanza di non arrendersi mai…magari (anzi sicuramente! !)anche grazie al tuo preziosissimo aiuto.Un caro abbraccio e vai avanti così!!!

      Gianfranco

      (30 gennaio 2017 - 17:53)

      Ciao Roberta, grazie, un abbraccio anche a te! ^_^

    Paola

    (15 agosto 2016 - 22:04)

    Non sarà affatto un’impronta microscopica, sarà un plastro nel grande disegno per la nuova Umanità!
    Ti sei veramente sudato e guadagnato sempre tutto, fin da piccolo; hai avuto esperienze che avrebbero atterrato molti, dure come pietre e sei stato capace di tirarne fuori insegnamenti importanti facendole diventare preziose quelle pietre; sei un guerriero valoroso, di grande coraggio e di nobile cuore!
    Mi hai fatto venire in mente una frase che non ricordo nemmeno da dove mi arriva : “se un sogno ha così tanti ostacoli, allora è quello giusto”. Dalla tua storia si fa chiara una certezza per me : in quello che sembra un caos totale di una intera esistenza, si nasconde il disegno perfetto del proprio cammino, quello che è necessario per arrivare al traguardo finale e compiere la propria opera, quella per cui siamo qui. Ed è tutto perfetto esattamente così com’è in ogni tappa del viaggio.
    Grazie e sempre grazie per aver condiviso con tutti noi!

    Con affetto e profonda stima
    Paola Flo da Roma 🙂 <3

      Gianfranco Longo

      (16 agosto 2016 - 16:01)

      <3 <3 <3

    isabella

    (16 aprile 2016 - 16:35)

    caro Gianfranco, non mi metto a ripetere quello che hanno già scritto tutti, anche se ho pensato anch’io ci, che hanno pensato loro. Ti dico invece quale è stata la mia reazione mentre ti leggevo, o meglio negli intervalli (perché oggi è sabato e sto facendo 3000 cose tutte insieme, e amo fare questo): ho pensato “che bello, è uno sfigato come me!!” – io me ne vanto, e sono felice quando conosco altri come me: a essere “sfigati” si riesce a entrare dentro agli altri, a tutti, e io è questo che voglio. Grazie… 🙂

      Gianfranco Longo

      (16 aprile 2016 - 19:06)

      Hhahahah!!! Grande Isabella!!!

      Proprio così! Se fossimo come tutti gli altri avremmo ben poco da dare e saremmo prigionieri come loro, invece siamo “sfigati” ma liberi, di quelli che possono dare un contributo per fare la differenza!

    Eva

    (22 gennaio 2016 - 12:45)

    Ciao Gianfranco.
    Ho letto la tua esperienza di vita,mi ha colpito molto il tuo vissuto così triste,mi sono emozionata e ho capito cosa, anzi ho sentito dentro di me quello che tu puoi aver vissuto sulla tua pelle,perché alcune cose mi hanno ricordato il mio vissuto .
    Devi essere una persona molto forte per aver sopportato tutto quello che hai detto.
    Ti auguro che la vita ti regali tutto quello che desideri,perché lo meriti,
    Un abbraccio e tanta luce per Sempre

      Gianfranco

      (22 gennaio 2016 - 19:54)

      Ciao Eva, ti ringrazio! 🙂

    Palma Montenero

    (6 dicembre 2015 - 1:20)

    Ciao Gianfranco,

    mi unisco ad un commento ritrovato in quasi tutti gli altri commenti, si intuisce che sei buono e generoso, appassionato in ciò che fai ora, sarà perché è la meta che hai raggiunto, partendo da lontano, per dare un nuovo indirizzo alla tua vita. Appassionato quindi soddisfatto dei risultati che raggiungi e raggiungerai.

    In tanti passaggi della tua storia mi ci sono ritrovata, affrontare buio e tempesta, perché manca la navetta, finché qualche anima pia non si ferma e ti dice che per stare in giro, su una strada in salita verso il paese, all’una di notte deve per forza essere successo qualcosa, e ti accompagna almeno fino all’ingresso del paese.
    Finché non cominci a pensare diversamente, a sentirti o percepirti diversamente, cambi spontaneamente alimentazione, nuove abitudini, nuove scelte. Anche il mio cammino è ancora in salita, ma come te, penso che la scelta di come viverlo è tracciato. Complimenti per il tuo progetto IB, non mollarlo. Arriva tutta la tua positività leggendoti, per cui è sempre piacevole. I modi con cui dai suggerimenti sono sempre gentili, centrati sul tema e sul risultato ottimale, per chiunque. Credo che già solo per questo non ti si vorrà mollare come amico. Mai. In bocca al lupo, non esiste animale migliore che possa prendersi cura dei suoi cari.

      Gianfranco Longo

      (6 dicembre 2015 - 22:34)

      Ciao Palma, grazie per queste bellissima parole, a presto!

    Antonio

    (5 dicembre 2015 - 10:23)

    Caro amico mio,
    la tua voglia di lottare, non arrenderti, rialzarti sempre dopo ogni caduta è un esempio cui noi, me compreso e soprattutto, dovremmo prendere esempio. Che la vita possa sempre darti il meglio, perché lo meriti.
    Auguri per il tuo progetto 🙂

      Gianfranco Longo

      (6 dicembre 2015 - 22:33)

      Ciao carissimo, la mia storia è niente a confronto di quello che dovrai ancora scrivere tu, e non vedo l’ora di leggerla a buon fine! 🙂

    sabrina

    (29 ottobre 2015 - 17:39)

    caro Gianfranco,
    la tua voglia di “lottare” per un sogno è sbalorditiva, sono senza parole!
    ora comprendo l’aggettivo “pigrona” con cui mi hai descritta, ed hai ragione!
    ti ringrazio innanzitutto del progetto InFormazione Benessere e, credimi, la tua “impronta positiva” è gigantesca 🙂 grazie perchè hai riacceso in me, una ventenne, la voglia di fare, di lottare e di mettermi in gioco!
    con affetto,
    Sabrina <3

      Gianfranco

      (30 ottobre 2015 - 2:08)

      Ciao Sabrina, hai visto?
      E tutto questo solo per aver letto delle parole dietro a uno schermo. Immagina come potrai diventare mettendoti in azione! 🙂

      Usa tutta l’energia che hai, e se credi di non averne abbastanza, usala per procurarti quella necessaria. Non smettere finché non arriverà. Dopo non ti fermerà più nulla!

    Pasqualina Bonifacio

    (23 luglio 2015 - 20:51)

    Gianfranco, in genere non mi piace leggere le biografie, perchè sono aggiustate, ingessate, rese perfette, alla fine asettiche. La storia della tua vita, invece, l’ho letta tutta, con interesse ed emozione. Già ci conosciamo da un po’ di tempo, tramite facebook, e avevo già capito “di che pasta sei fatto”: di pasta buona e generosa, ma anche di pasta “ben preparata”. Leggere la tua storia mi ha confermato ciò che avevo intuito: sei caduto tante volte, e ti sei rialzato, senza sgomitare, senza fare sgambetti, ma giocando le tue carte in modo leale, imparando sempre più a giocare, e imparando anche sempre più a costruire le carte con cui giocare. Leggerò di nuovo la tua storia, la leggerò agli adolescenti e sono sicura che capiranno.
    Intanto ti dico: “Buon cammino”, Gianfranco, sinceramente”!

      Gianfranco

      (23 luglio 2015 - 21:50)

      Ciao Pasqualina, grazie per le tue parole! 🙂

      Io continuo a cadere e rialzarmi ancora adesso, e a costruire carte che non ho.

      Ho scoperto che a volte, quando tutto sembra troppo difficile, è soltanto necessario fermarsi un momento e non pensarci più. Nel momento in cui riprendi quello che hai lasciato, riesci a capire meglio quello che devi fare, e tutto di colpo diventa più chiaro.

      Un abbraccio!

    Beppe

    (5 luglio 2015 - 8:23)

    Ciao Gianfranco, sono capitato qua perché conosco Martina che conosci pure tu, e siccome ho letto il tuo commento al suo nuovo sito web che ho fatto io, sono andato sul tuo per vedere cos’era quella cosa che tu dicevi si sarebbe notata subito, da li ho seguito il percorso e alla fine sono arrivato a scriverti questo commento. Ho letto d’un fiato la tua storia e mi ha colpito molto, se ti va sul mio sito c’è un pezzetto della mia, ma lontana anni luce dalla tua anche se per me è stata sofferta. ne più ne meno e lo è tutt’ora perché alla fine dietro un bel sito internet e dietro una bella immagine, me lo dicono tutti, c’è solo uno stato di disoccupazione che mi porto dietro da quasi 1 anno. Sono arrivato ad un punto tale dove sto perdendo tutto ma ho ancora qualche cartuccia da sparare, ma la cosa che mi spaventa più di tutte non è il mio lavoro, quello lo so fare, mi spaventa venderlo perché io non sono un venditore. Vorrei contattare tutti i ristoranti di Milano, dopo un attenta selezione, per proporgli la mia consulenza in campo vegano, convincerli che possono introdurre questa cucina affiancata alla loro tradizionale ed incrementare cosi i loro guadagni oltre ad aumentare il servizio offerto. Penso di saper scrivere e di essere in grado di mandargli una mail convincente, ma so che dopo li dovrei almeno richiamare ed è qui che mi blocco, potrei anche avere scritto da un esperto cosa dirgli ma il punto non è questo, il punto è che ho paura, paura del loro rifiuto, di dare fastidio, mi vergogno, si, mi vergogno, mi sento in imbarazzo. Comunque leggere la tua storia mi ha dato un input a continuare ad andare avanti, tornare indietro significa fermarsi, dopo non riparti più. Ciao, Beppe, e grazie 🙂

      Gianfranco

      (5 luglio 2015 - 18:14)

      Ciao Beppe, per cominciare ti ringrazio per il bel messaggio. Ricordo bene il post a cui ti riferisci, ed ero sicuro che Martina si sarebbe attivata per saperne di più.

      Verrò con piacere a leggere la tua storia, per adesso posso dirti che: hai in mano un’abilità straordinaria, che in un’era come questa non è utile. E’ INDISPENSABILE!

      Avere un reddito e guadagnare non sempre corrispondono alla stessa cosa. Lascia perdere l’etichetta di “disoccupato”, tu sei un LIBERO PROFESSIONISTA. Finché tu stesso riterrai di essere disoccupato non combinerai nulla.

      I professionisti che puoi avere come clienti non vogliono avere a che fare con disoccupati. Vogliono legare la loro attività a relazioni professionali con PROFESSIONISTI. E se tu sei in grado di creare un sito del genere allora sei un professionista.

      Chiediamolo anche ai nostri lettori. Ragazzi, secondo voi un sito del genere lo crea un qualunque disoccupato, o per farlo bisogna avere particolari competenze? http://www.vegup-quality.com/

      Se non fosse stato per il mio amico Alessandro che è web master, io non sarei mai riuscito ad aprire nemmeno un blog scarcassato. Hai voglia a leggere in giro “puoi fare il tuo sito con 4 click!!. L’altro giorno dovevo fare uno screenshot (che solo per scriverlo devo andare a guardare su Google) e ho chiesto in un gruppo su Facebook come fare. Me l’hanno spiegato in 10 e in tutti i modi, ma non ci sono riuscito nemmeno morto.

      Eppure sono qui con un sito, e con dei contenuti che sono solo l’inizio di quello che voglio dare.

      Beppe, tu hai in mano una competenza eccezionale e indispensabile, e puoi fare tutto. Quello che ti serve è un METODO. Una volta che ce l’hai ti invito a mettere via tutte le menate e a SBAGLIARE prima possibile, perché finché non sbagli, finché nella tua attività non fallisci un po’ di volte, non impari a fare nulla.

      Contatta i tuoi clienti come prova, e se ti dicono “no”? Fregatene!!! Avranno perso una grandissima opportunità di aprire il loro locale a una fascia di mercato che sta diventando importante, talmente tanto che la concorrenza ne sta accusando il colpo e cerca di mettersi ai ripari attraverso mezzi scorretti.

      E’ questo che hai paura di proporre? Di fare aumentare i loro fatturati del 30%? Scommetto che chi lo capisce non si incazza di certo.

      Ma affinché lo capiscano, le “telefonate a freddo” non sono un grandissimo strumento per proporsi, ormai. Per quello servono particolari tecniche di vendita anche abbastanza coercitive, che molto spesso ti portano ad avere appuntamenti “buchi”. Però ti invito lo stesso a provare. Se ti dicono di no ringrazia cordialmente, in caso contrario avrai ottenuto qualche appuntamento potenzialmente utile. Non farlo per il risultato, ma fallo perché ti serve per superare questa paura infondata! Decidi di provare con 3 telefonate. FALLO SUBITO, e in questo momento fregatene della tecnica.

      Ma quello che ti invito a fare ancor più, e che ti serve realmente è invece un supporto online che interagisce con quello offline, simile a ciò che stai vedendo in questo momento su questo blog. La gente non compra nulla da chi non conosce, o compra raramente. Un modo come questo permette invece di farti conoscere, e dare un saggio della tua competenza subito e nel tempo. Porta gli altri a fidarsi di te.

      Che differenza c’è fra un commerciante che scrive sul tuo blog ed è contento dei tuoi consigli, con uno che nemmeno ti conosce?

      UN ABISSO.

      Quando contatti una persona che ti stima e che già sa dell’esistenza del tuo servizio, sai quante probabilità di successo hai? Te lo dico io: il 67%!

      Tutto ciò ancora prima di entrare nel suo locale, e di vederlo per la prima volta in faccia.

      E’ questa la chiave che devi cercare, ed è un concetto che devi approfondire personalmente.

      Prima della partenza di questo sito sono passati 3 anni e mezzo, ed è andato online solo il primo luglio. Avessi saputo all’inizio del 2012 quello che so ora, ci avrei messo pochi mesi. E se avessi saputo anche quello che saprò fra 1-2-3 mesi, sarei partito in una settimana.

      Detto questo, tu non ci metterai 3-4 anni come ho fatto io, ma ti bastano 1 settimana, 2 al massimo. Però devi lavorare con un metodo che ti permetta di andare in campo, di sbagliare, e di correggere il tiro fin quando riesci a centrare quello che vuoi!

      Io non mi occupo di start-up e di opportunità di lavoro (a me puoi fare domande su salute, alimentazione, allenamento, etc.), però mi rendo conto in prima persona che a reddito zero non c’è nemmeno la salute (te lo dice uno che ha realmente fatto la fame), e quindi quando possibile inserirò materiali che potranno essere utili anche in questo. Informazioni che dovranno essere approfondite tecnicamente con il supporto di esperti, dato che io non lo sono, e che ti invito a consultare.

      A Martina nei mesi precedenti ho già dato qualche indicazione interessante, ma se l’avesse persa contattami senza problemi. Comunque puoi cominciare ad andare sul blog di Valerio Conti, e imparare tutto ciò che trovi. http://www.valerioconti.com/blog/

      PS: come potrai vedere sul blog di Valerio, la grafica non è certo il punto forte, eppure i suoi contenuti sono fra i migliori in Italia, se non quando unici.

        Beppe

        (17 luglio 2015 - 10:35)

        Grazie! letto tutto e ci lavoro.
        Mi sono comprato due libri che sto studiando, in realtà uno lo avevo già ma mai come ora mi sta tornando utile:

        il primo è IL MANUALE DI PNL – LA PNL IN ITALIA (marco paret e matt traverso – armando curcio editore)
        molto utile e ben scritto ti fa capire come davvero tutto quello che sei sia frutto delle tue convinzioni e che se non ti piace lo puoi cambiare per davvero!

        il secondo, quello che avevo gia, LA COORDINAZIONE MENTE CORPO di koichi tohei – erga edizioni
        sono sempre stato appassionato di arti marziali che ho abbandonato per via di un incidente in moto, riprendero anche queste, ne ho bisogno, nel frattempo il libro è utilissimo a capire quali meccanismi nascosti si nascondono in noi, anche se a mio avviso bisognerebbe prima approfondire i principi del Ki che forse qui sono dati un po per scontati.

        A presto!

    Matt

    (3 luglio 2015 - 15:53)

    Una storia di grande tenacia mi pare. Complimenti per il tuo lavoro e il tuo progetto.
    Ma, forse, dovresti aggiungere o spiegare meglio come sei arrivato a creare quest’area in-formativa.
    E, dato che sei certamente portato all’analisi degli eventi della vita, potresti creare una Faq che aiuti tanti altri che non hanno la tua stessa vitalità. Ciao
    Matteo

      Gianfranco

      (3 luglio 2015 - 23:19)

      Ciao Matteo, grazie per i complimenti!

      Il progetto che vedi è in pratica una “conseguenza” di tutta la mia storia, cioè il desiderio di fare qualcosa che non ho trovato altrove, e che personalmente ritengo possa servire a migliorare diverse situazioni a partire dalle singole persone, senz’altro da informare e sostenere. E’ questo lo scopo del progetto, il quale propone un discorso che va ben oltre alla salute individuale.

      Anche se non mi occupo di aspetti lavorativi, ho in programma attraverso la newsletter di offrire 1-2 ebook su ricerca e la creazione di opportunità. Non essendo il mio settore posso offrire degli elementi superficiali che devono far pensare, ma segnalerò anche alcuni veri professionisti del settore a cui ci si potrà rivolgere, molto più autorevoli (e credibili!) di me per creare FAQ di quel tipo.

      Però ti voglio lasciare un articolo appena uscito che parla del successo di un mio caro amico. Si tratta di una storia a mio avviso eccezionale che può aiutare a far riflettere e motivare quanti sono alla ricerca di opportunità reali. https://www.facebook.com/gianfranco.longo.5496/posts/1621241474784461?pnref=story

        Gianfranco

        (3 luglio 2015 - 23:24)

        PS: vitalità? Il segreto di quella vitalità è di non avere altre vie di fuga. 😉

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